L’ignavo

06.11.2019

Ed elli a me: "Questo misero modo
tengon l'anime triste di coloro
che visser sanza infamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
delli angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé foro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli".

E io: "Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?".
Rispuose: "Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa".

 Inferno, Canto III: questo quanto ha dirci il sommo poeta sugli ignavi.

Infami”, potremmo dire, nel senso di “privi di fama” o non meritevoli di essa.
Infami non per la loro cattiva condotta - un brutto carattere è pur sempre un carattere - ma per essere stati al mondo inutilmente; per averlo lasciato così come l’hanno trovato: perché il loro cammino non ha lasciato tracce.
 
Infami per non aver contribuito a quanto di nobile il genere umano tentava di compiere: sordi alla “semenza” che vuole gli uomini non fatti per “viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”.

Infami per aver lasciato che anche la nefandezza più intollerabile accadesse: nessun orrore è stato forte abbastanza da scuoterne la dignità, da svegliarne la coscienza, da costringerli ad una presa di posizione, da spostarli dall'assistere al partecipare: dal sopravvivere al vivere.

Neanche dell’inferno è degno l’ignavo