Copertina

Una città felice

La primavera si sveglia nei prati profuma di sé le strade dei porti la vita si accende ed i cuori son grati ma i fiori, ad Orano, ci arrivano morti. Un fiore vale il sorriso che accende l’amore di lei a cui l’hai donato ma qui un fiore vale il denaro che rende: la primavera qui si vende al mercato. Per viver più ricchi e non farsi sedurre dagli ozi han murato la vista del mare. Son come artigiani che sanno produrre delle ottime spade che non sanno usare Gente, ad Orano, che vende liquore: una vita trascorsa tra botti al mercato. Del vino sa tutto e ne ignora il sapore: l’ha sempre venduto e mai assaggiato Noi, tutti quanti, ci diamo convegno in questa città e imitiamo la sorte di un uomo che, incatenato a un macigno, gli urla: “Non scappi! Ti tengo forte!” Tu che di un fiore, quel poco che dura, ne vivi il profumo, tu mai capirai chi per conservarlo lo chiude con cura in un’arca di vetro e non ne gode mai. La libertà qui è cosa preziosa: se aiuta gli affari è la benvenuta ma chi sul profitto misura ogni cosa la sua libertà l’ha presto venduta. Noi, tutti quanti, ci diamo convegno in questa città e imitiamo la sorte di un uomo che, incatenato a un macigno, gli urla: “Non scappi! Ti tengo forte!”

Un insignificante topo

Non il fumo del tuo timore è degno: non il fumo ma il fuoco di cui è segno, non il fumo ma il fuoco di cui è segno. Non il fumo potrà turbarti il cuore ma un incendio rivela l’acre odore, ma un incendio rivela l’acre odore. Davvero puoi finger d’ ignorare l’ ombra che all' improvviso hai scorto sul sentiero? Davvero credi che possa bastare voltare altrove il viso a far sì che non sia vero? Davvero pensi sia cosa da poco quel sorcio moribondo davanti alla tua porta? Non pensi che dove trovi un topo ci trovi anche il suo mondo e quello che comporta? Forse il fumo non è una gran minaccia: non il fumo ma il fuoco di cui è traccia, Non il fumo ma il fuoco di cui è traccia. Lo sai: se pure non osservi o guardi e non ti muovi o spranghi le tue porte, lo sai che quel che oggi conservi domani lo ritrovi e forse anche più forte? Sai bene che, ovunque ci sia un ratto, c’è il marcio di cui vive, lo sterco che produce. Così il fascio appare solo a patto che viva d’odio e spine e il nome del suo sterco è “duce” Non il fumo ma il fuoco va placato: certo, il fuoco, ma il fumo toglie il fiato. Certo, il fuoco, ma il fumo toglie il fiato.

Escono

Fino a ieri, quei ratti se ne stavan nascosti, timorosi dei gatti ed oggi li vedi mostrarsi nei più vari posti e son così tanti che è una palese vergogna: il loro posto è la fogna. Un tempo potevi ignorarli ma adesso non più e se non li vedi è perché il topo sei tu. Fino a ieri, quei ratti si avventuravano intorno nelle più nere notti ma adesso li vedi mostrarsi perfino di giorno e son così tanti che è fuori posto l’umano, che sembri tu quello strano. Un tempo potevi ignorarli ma adesso non più e se non li vedi è perché il topo sei tu. Fino a ieri, quei ratti nascondevan le teste: li sapevano infetti ma quando nessuno ricorda che cos’è la peste escono in tanti e non destan timore, mentre di peste… si muore! Un tempo potevi ignorarli ma adesso non più E se non li temi è perché il topo sei tu. Fino a ieri, quei ratti facevan la fame. Oggi son lì soddisfatti: si ingozzano mangiando rifiuti che stan nel letame e son così tanti che diresti di cuore non ci sia cibo migliore. Un tempo potevi ignorarli ma adesso non più e se non ti disgustano il topo sei tu.

Le nostre fondamenta

Vengon dal terreno sopra il quale camminiamo, dalle fondamenta sulle quali costruiamo: come di sconfitte la vittoria noi nutriamo, Vengono da quello che vogliamo. Escono dai muri che noi stessi edifichiamo, da quei sotterranei dove il marcio nascondiamo: come presso chi produce il pane trovi il grano, Vengono da come noi viviamo. Nascono dal suolo sopra il quale prosperiamo, figli di un creatore che oramai tengono in mano, come gli ingranaggi delle auto che guidiamo: nascono da come produciamo. E non puoi riempirti la bocca di accuse contro i macelli e, insieme, di teneri agnelli. Sembrano eccezioni a quel che regola chiamiamo, sembrano negare tutto quello che noi siamo ma, come Caino è figlio di suo padre Adamo, nascono da quello che onoriamo. Nascono improvvisi, senza che ce ne accorgiamo, sembran contraddire tutto quello in cui crediamo. Sono l'ombra del bottino sopra cui sediamo: nascono da ciò che pretendiamo. Vengono dall'agio con cui gli occhi ci copriamo, da quel dio o che altro con cui lo giustifichiamo: accendiamo il fuoco e delle braci ci stupiamo. Vengono perché noi li chiamiamo. E non puoi riempirti la bocca di accuse contro i macelli e, insieme, di teneri agnelli.

Cavalcare la peste

Dice un ben noto proverbio che non tutto il male arriva per nuocere e porta soltanto pianti. O, almeno, non per tutti quanti: c’è sempre chi sul male investe, chi vuol cavalcare la peste. C’è gente che, come un serpente, trabocca veleno e, nel turpe liquido, vede il proprio tesoro: quello che è morte per tutti è vita per loro. È lieto di cose funeste chi vuol cavalcare la peste. Nemico del sole è colui che campa di torce. Chi vende catene inneggia all’oppressore. Il boia, quando lavora, qualcuno muore. E spera che piovano teste chi vuol cavalcare la peste. Chiedi rispetto e si dica che sei un uomo vero, pretese che - a piccole rate - da me sono accolte: dirò infatti che sei un mezzo uomo ma lo dirò due volte. Le iene son bestie più oneste di chi vuol cavalcare la peste. “Le scorte che tengo nascoste le muterò in oro: Io solo avrò cibo da vendere entro gennaio”. Ma è stato sepolto a dicembre quel bottegaio: si serve pietanze indigeste chi vuol cavalcare la peste

La peste non muore

Prima di tornare un’altra volta a maledir le nostre case, la peste andò da Satana a consulto e cominciò con questa frase. Gli disse: “Da millenni porto stragi e arreco danno: conoscono il mio volto, mi riconosceranno”. "Come mai potrò tornare a chiedere a quegli uomini da bere: sanno ormai ch’è con il loro sangue mi voglio dissetare". Il diavolo rispose: “Non ti devi preoccupare. Più spesso lo colpisci, più per l’uomo sei normale e pensan necessario quell’orrore: perciò la peste dorme ma non muore”. La peste riconobbe che “normale” è il nome dato dalla gente non certo a ciò che è giusto ma, piuttosto, a ciò che accade di frequente. Così, chi vive in cella a lungo, non sa più neppure sognare un mondo senza sbarre, guardie e serrature. In ogni epidemia ha visto gli uomini passare indifferenti ai pianti delle vedove e alle grida disperate dei morenti. Li ha visti farsi sordi a quei lamenti ed accettare che fossero, degli uomini, il linguaggio naturale. Li ha visti abituarsi a quell’orrore: perciò la peste dorme ma non muore. "Poi, spesso - disse Satana - all’uomo, quel che accade, accade invano: già gli uomini ricordan poco e ancora meno fa il genere umano. Da guerre e pestilenze in ogni tempo son toccati eppure in ogni tempo sono colti impreparati" "Questo perché son più pronti a credere che bravi a ricordare: di quello che è accaduto, ciò che sperano che accada è più reale. Dicono: 'La peste ormai è cosa del passato'... va in giro a dirlo pure a chi ne è stato contagiato. Han scelto di ignorare quell’orrore: perciò la peste dorme ma non muore". "Davvero, Peste, temi di trovare una qualunque opposizione laddove, per i topi, il solo rischio è di fare indigestione?" E se il muro del suono con la scienza han superato, il capitale quello del silenzio ha rafforzato. Tra gente che è incapace di chiamar con il suo nome anche la peste se, chi ci lucra, con il manto della quotidianità la veste... “Male necessario” è spesso un modo di chiamare quel che non abbiamo forza o cuore di affrontare. Così giustifichiamo quell’orrore: perciò la peste dorme ma non muore.

Signora Libertà

La vita, lo so è un'avventura e non una crociera e i giorni son noci feconde: è solo vincendone il guscio che, ogni sera, gusti il frutto che ognuna nasconde. E non c'è alternativa, non c'è scorciatoia: è in quel guscio la tua gioia. La strada che porta al tuo cuore non è certo una gita ma una sfida in cui navigo a vista. S'illude chi crede raggiunta la meta più ambita: ogni giorno è una nuova conquista. Ma non c'è alternativa al viaggio mio incerto: senza te anche la folla è un deserto C’è chi confonde la gioia con l’abitudine al proprio dolore, confonde rassegnazione e felicità. Ma meglio lottar finch’io muoia che scordare il tuo viso, il tuo nome, mia vita: signora Libertà Ovunque in città vedo uomini - e sono anche molti - convinti di averti sposato. E chiamano con il tuo nome altre donne, altri volti, perché il tuo viso l’hanno scordato. Ma non c’è alternativa: o inseguire il successo o, con te, perdere anche me stesso. C’è chi confonde la gioia con l’abitudine al proprio dolore, confonde rassegnazione e felicità. Ma meglio lottar finch’io muoia che scordare il tuo viso, il tuo nome, mia vita: signora Libertà

Una storia comune

Vedemmo affiorare il problema laggiù dove l’aria è malsana: pensammo di essere in salvo, di non doverci preoccupare. Vedemmo affiorare il problema laggiù dove l’aria è malsana: capimmo di essere in salvo solo a patto di non respirare. Pensammo che, alzando quel muro, avremmo rinchiuso la peste ma fu presto chiaro a noi tutti che la peste ci riguardava. Credemmo che quel grande muro avrebbe rinchiuso la peste ma fu presto chiaro a noi tutti che non puoi rinchiudere l’aria. Un oceano è la vita e la storia i suoi flutti e quell’acqua, che bagna le dita di uno di noi, prima o poi bagna tutti. E, dai suoi fortunali, nessuno va immune: non ci sono sorti individuali ma soltanto una storia comune. Il morbo colpì quella nave che è il mondo in cui tutti viviamo: pensai a salvare me stesso mentre l’acqua invadeva la stiva. Il morbo colpì quella nave che è il mondo in cui tutti viviamo: mi illusi di salvare me stesso tenendo asciutta la mia cabina. "Che i topi e la peste stian pure laggiù in quelle case lontane..." Ma il vento soffiò morte ovunque: dalla mia indifferenza fui spento. "Che i topi e la peste stian pure laggiù in quelle case lontane..." Ma il vento soffiò morte ovunque e nessuno può fermare il vento. Un oceano è la vita e la storia i suoi flutti e quell’acqua, che bagna le dita di uno di noi, prima o poi bagna tutti. E, dai suoi fortunali, nessuno va immune: non ci sono sorti individuali ma soltanto una storia comune.

Il trionfo della speranza

Sono un semplice uomo ma questo mondo un potere mi ha dato ed è il potere di rigenerare il mondo stesso che mi ha creato. E, come un fiume trasporta i detriti che prima o poi devieranno il suo corso, così ogni uomo, col suo lavoro, prende il presente e traccia un percorso dal vecchio mondo alla società nuova e se oggi fallisci c’è sempre un domani che grida: “Riprova”. E riprovare, disse un uomo, un rivoluzionario, è il trionfo della speranza sull’esperienza, sul reazionario. Ma la speranza di cui ti racconto non è quella di chi stia sognando ma è la certezza di chi ha compreso il mondo dov’è e dove sta andando: è quella lotta che il mondo rinnova ed è l’esperienza stessa a invocare al grido: “Riprova”. Nulla di grande fu mai realizzato senza che fosse provato e provato. E in ogni tempo, chi sa sempre tutto, di tutti i grandi ha detto: “È matto”. Quindi a chi dice, della peste, che non perdona, a chi di fronte a drammatiche cifre piega la testa e abbandona, a chi rinuncia sconfitto da eventi tanto orribili quanto evidenti, dico che lotta più dura e non resa impone la peste ed il male che cova: Stesso è il destino mio è dell’impresa; la posta in palio è la vita che grida a gran voce: "Riprova"!

Credits

Roberto Maratea

Testi e musica

Arrangiamento e produzione

I brani sono realizzati da Roberto Maratea tramite la piattaforma SUNO / 2026

"Accendiamo il fuoco e delle braci ci stupiamo". Un concept basato sull'omonimo capolavoro di Albert Camus. Per ulteriori informazioni: https://www.lascintilla.net


La peste

"Accendiamo il fuoco e delle braci ci stupiamo".

Un concept basato sull'omonimo capolavoro di Albert Camus.

"La peste" è ovviamente metafora di un morbo che attraversa tutta la storia dell'umanità. Quando generazioni che non hanno mai vissuto il dramma ne parlano come di un fatto antico, quando ne sentono i passi senza riconoscerli, quando lo incontrano senza combatterlo, è tempo di una nuova epidemia.

Il romanzo è un messaggio inviato a queste generazioni ignare: con questo album, noi raccogliamo il messaggio e lo trasmettiamo al nostro tempo.