Caro padrone di casa... Dylan scrive a dio
E oggi sono 85: a me, Dylan sembra esistere da sempre e - allo stesso tempo - arrivato solo ieri sul pianeta.
Oggi lo voglio festeggiare proponendo questo pezzo, tratto da "John Wesley Harding", che credo il suo disco più profondo: "Dear landlord ".
Caro padrone di casa...
Come dicevo, il disco è così ricco e profondo che nemmeno Dylan immaginava quanto lo fosse. Da quell' album viene "All along the watchtower", pezzo che - a contatto con il genio incendiario di Jimi Hendrix - ha portato a qualcosa di rivelatorio anche per lo stesso Dylan.
A mio modo di vedere, ci sono almeno due capolavori in quel lavoro: "I pity the poor immigrant" e "Dear landlord".
Si tratta in entrambi i casi di metafore della condizione umana: nella prima, l' uomo percepisce se stesso come straniero, come se la vita fosse allo stesso tempo una terra sfidante, da odiare e corteggiare, da temere e in cui cercare rifugio.
Anche nella seconda l' uomo è sradicato, ospite: la sua vita è in prestito, come l'alloggio, ma rivendica la dignità dei propri sforzi.
Dear landlord
Please heed these words that I speak
I know you've suffered much
But in this you are not so unique
Anche alla luce della sfida improba e disperata che deve affontare.
My burden is heavy
My dreams are beyond control
Fatevi un regalo
Ascoltatevi quindi il brano, meglio se col testo davanti, e provate a non riconoscere voi stessi in quello specchio.
